Ci sono negozi di biciclette e poi ci sono luoghi nei quali, prima o poi, si ha la sensazione di essere entrati in una piccola confraternita. A Mirano, dagli Scavezzon, la bicicletta è certamente l’argomento principale, ma non necessariamente il più importante.

Ci sono tre fratelli, Martino, Andrea ed Emilio, una squadra affiatata, un’officina, una quantità imprecisata di opinioni e un rito ormai consolidato, quello del pranzo del giovedì. Clienti, fornitori e amici si ritrovano attorno a un tavolo contribuendo al cibo e soprattutto, al divertito sfottò collettivo. A volte è un pranzo frugale, altre volte, grazie all’esuberanza di Valter, una gara di sopravvivenza gastronomica. Andrea, pare, detiene ancora un record imbattuto.

Anche scegliere una bicicletta qui è una faccenda seria, ma senza diventare troppo seri. I marchi sono molti, le possibilità infinite, ma alla fine conta una cosa soltanto, capire che cosa volete fare con quella bicicletta. Andrea vi sommergerà di informazioni fino a portarvi alla necessaria meditazione davanti alla macchina del caffè. Poi arriveranno Massimo, Tommaso e gli altri, con consigli, esperienza e una certa quantità di accessori che, fino a cinque minuti prima, eravate convinti non vi servissero.

Una cosa è certa, non troverete mai un paio di pantaloni da ciclista con bretelle bianche. Non ne hanno mai venduto uno. È una questione ideologica, estetica e probabilmente, di sopravvivenza.

L’officina è un piccolo teatro di competenze, dove Carlo può domare un freno ribelle nel tempo di uno starnuto, Sergio legge una bicicletta come altri leggono un libro e Giuliano riesce a trovare tempo e pazienza quasi per chiunque. Emilio, invece, quando parte con una spiegazione tecnica, può trasformare una bicicletta in una lezione di fisica applicata.

Poi c’è MiAMi, la loro corsa gravel, tre percorsi, centinaia di persone e un’idea semplice quanto ostinata, arrivare da Mirano ad Asolo usando il meno possibile l’asfalto. Argini, strade secondarie, ferrovie dismesse, campagna. E se nel frattempo si rompe una catena, tanto meglio: una sosta al bar non ha mai fatto male a nessuno.

Forse è proprio questo il punto.

Una bicicletta, presa da sola, non è nulla. Due ruote, un telaio, qualche componente.

Ma è già qualcosa.

È un pretesto per uscire, incontrarsi, perdersi, discutere per mezz’ora della pressione di uno pneumatico, fermarsi a bere qualcosa quando non sarebbe necessario e ritrovarsi, il giovedì, attorno a un tavolo.

Tre fratelli, due ruote e nessuna intenzione di crescere.

Per fortuna.